Dal Nord al Sud dell'Italia i borghi interamente abbandonati sono quasi 250: condannati all'estinzione dall’esodo degli abitanti.
Una rilevazione di Assoedilizia, risalente a qualche anno addietro, attualizzata da "Le Courrier International" indica complessivamente in circa 2 milioni le unità immobiliari abbandonate.

Achille Colombo Clerici

Stando alle sole risultanze catastali, le costruzioni classificate, come degradate o, più precisamente, collabenti, sono 452.410. In rapporto agli edifici sani, che in totale sono 62.861.919, si tratta dello 0,72% del totale.

Secondo l’ultima rilevazione dell’Istat, gli agglomerati edilizi fantasma - straordinari gioielli di storia, l’anima del nostro territorio, un’immensa ricchezza culturale - sono circa un migliaio, esclusi stazzi e alpeggi: ma secondo altre fonti, il loro numero sale a 6.000.

In alcuni casi si tratta di piccoli agglomerati di edifici, eretti in zone impervie, ma inseriti con grande armonia nel paesaggio circostante.
E ancora aziende agricole e antiche fattorie, manieri, fortezze, chiese, ville, alberghi, complessi industriali, colonie per vacanze, centri sanitari, miniere sono piombati nell’oblio e il loro patrimonio, costituito non solo da pietre, ma soprattutto dalla storia e dalla tradizione delle quali sono secolari testimoni, è votato alla distruzione.

Per citare, nella popolosa Lombardia, sono circa 90.000 gli edifici in rovina.

Nonostante incuria, politiche inadeguate, mancanza di vigilanza e di progettualità da parte delle istituzioni, qualcosa sta cambiando.

Il recupero dei borghi e della campagna, avviato da istituzioni pioniere, enti e associazioni locali, sta muovendo qualche passo grazie al turismo, soprattutto straniero, cresciuto di un terzo tra il 2010 e il 2017, con una spesa, nel solo 2017, di 8,2 miliardi di euro.

Diverse amministrazioni locali mettono in vendita a un euro edifici fatiscenti abbandonati dai proprietari perché trasferitisi altrove o semplicemente perché non possono pagarvi le tasse. Ma gli acquirenti hanno l’obbligo di ristrutturarli com’erano in origine. Occorrono specialisti nel recupero "filologico", occorrono storici, architetti, artigiani e muratori qualificati in quel tipo particolare di costruzione. Sovente si devono affrontare eccezionali spese di trasporto dei materiali; in assenza di strade, in casi limite si rende necessario l’elicottero.

Ma il costo della ristrutturazione è problema dei proprietari non solo di ruderi, collocati in affascinanti ma remoti contesti paesaggistici, bensì anche di edifici urbani. E’ necessaria dunque una accorta politica di promozione della vitalità urbana, anche attraverso agevolazioni pubbliche, in quanto ormai quasi sempre il valore di mercato del bene ristrutturato non copre nemmeno le spese di recupero.

Achille Colombo Clerici
(QN IL GIORNO pag. 24)

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