Da anni ormai si parla di riuso, di interventi senza consumo di suolo, di riqualificazione di aree degradate: oggi si riesce anche ad affrontare la probabilità di una "rottamazione dell'edilizia".

Ieri il tema è stato affrontato nel convegno organizzato dalla Fondazione Fiorentino Sullo presso la Sala del Mappamondo della Camera dei deputati.

Il convegno, dal titolo "Manifesto per la rottamazione post bellica priva di qualità, riequilibrio delle aree urbane e il rilancio dell’economia" è servito a dibattere su eventuali soluzioni da inserire in un
possibile progetto di legge di iniziativa parlamentare.

Nel solco di quello che fu il vessillo politico di Fiorentino Sullo, ossia la riforma urbanistica, la Fondazione Fiorentino Sullo ha inteso dare il via ad un dibattito a livello nazionale secondo cui gli edifici “moderni” hanno una vita che è valutata mediamente in 70 anni. Quando sono a fine vita vanno “rottamati”.

Filo conduttore anche della relazione del prof. Aldo Loris Rossi, pioniere del concetto di "rottamazione edilizia".

Concetto riconfermato anche da Gianfranco Rotondi, co-presidente della fondazione Sullo, che ha dichiarato: "Abbiamo voluto questo convegno perché si rifletta sui rischi: a Roma i crolli sono frequenti ma non di edifici del XIX e XX secolo che vedono sopraelevazioni anche a strati. Mentre abbondano edifici in cemento vecchio, di cattiva qualità o con ferro corroso. In Europa il rinnovamento edilizio galoppa, in Italia no".

Quindi, demolire gli edifici in cemento danneggiato e a rischio, per ricostruirli, è l’idea posta alla base di quello che potrebbe diventare un disegno di legge idoneo a “rottamare” di fatto i vecchi edifici (specialmente datati e post bellici) attivando la riqualificazione urbana di diverse zone delle città italiane.
Si potrebbe così risvegliare un mercato immobiliare in difficoltà senza sprecare suolo. Ma serve un vero cambio di passo, una diversa mentalità e tanto coraggio politico nell'incentivare nuovi ma sicuri incentivi.

Una sfida che va affrontata seriamente perchè - ha dichiarato Silvio Sarno, past president di ATECAP - "Sono oltre 7 milioni gli edifici localizzati in zone a rischio sismico e idrogeologico che ospitano circa 30 milioni di cittadini. La gran parte dell’edilizia non storica (1945) è realizzata prima degli anni ’70 e quindi prima del varo della prima normativa antisismica. Realizzata con materiali dell’epoca, sicuramente scadenti rispetto a quelli attuali e previsti dalle normative vigenti, con tecniche di costruzione inadeguate".

Arch. Lorenzo Margiotta

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