Il Social Housing riconosciuto come standard urbanistico aggiuntivo o come dotazione territoriale delle nostre città (un servizio come i parcheggi e il verde pubblico)? Forse!
Di sicuro potrà essere un forte volano per la ripresa concreta delle attività edilizie e del mondo della produzione e dell'occupazione ad esse connesse.

Partendo dalla definizione del Cecodhas (Comitato Europeo per la promozione del diritto alla casa) possiamo definire il Social Housing come "l’insieme delle attività atte a fornire alloggi adeguati, attraverso regole certe di assegnazione, a famiglie che hanno difficoltà nel trovare un alloggio alle condizioni di mercato perché incapaci di ottenere credito o perché colpite da
problematiche particolari”.
E sono ben 650 mila, secondo Federcasa, le famiglie in lista d’attesa con i requisiti per ottenere un alloggio popolare (+25% rispetto al 2012).

Purtroppo va ancora una volta evidenziato che la Cassa Depositi e Prestiti, invece di svolgere una semplice funzione di cassa, detiene da tempo i fondi ex Gescal (che devono essere per legge messi a disposizione delle Regioni) finalizzati proprio alla costruzione di case di economia economica e popolare.
Sorge spontaneo il domandarsi se i fondi ex Gescal si trovino ancora depositati in attesa che le Regioni ne facciano uso, oppure se siano stati utilizzati per altri scopi non previsti dalla normativa.

E’ facile dedurre che la questione abitativa incide sulla coesione sociale urbana e quantomeno sulla competitività. Inoltre la mancanza di abitazioni ad accesso ragionevole:
- limita principalmente la mobilità dei giovani, la loro autonomia e i loro progetti di vita;
- innesca il cosiddetto fenomeno dell’espulsione dalla città;
- penalizza chi cerca o cambia lavoro muovendosi fra diverse realtà territoriali;
- crea difficoltà anche per le aziende che cercano nuove maestranze, ancor più specialistiche.

Intervenire rapidamente su queste problematiche, costituisce anche la base per puntare al recupero di aree degradate dei nostri quartieri e delle nostre città, non solo dal punto di vista urbanistico ed edilizio, ma anche dal punto di vista della vitalità urbana.

Fortunatamente il social housing cresce in Italia (anche se con molto ritardo rispetto al resto d’Europa, restando il Paese con la più bassa percentuale di alloggi in "affitto social") per dare una risposta abitativa alla fascia di reddito tra i 12 e i 50 mila euro annui, che corrisponde a più della metà della popolazione del Paese.

Molte città (Milano, Torino, Parma, Ascoli Piceno, Teramo, Padova, Ravenna, Perugia) puntano già a realizzare immobili in social housing per renderli a prezzi agevolati: si tratta di nuove costruzioni ed anche di recuperi di immobili esistenti.
Nel 2015, quindi, le residenze sociali si riveleranno una vera opportunità per abbattere i disagi abitativi e ricreare vere opportunità di lavoro nell'edilizia, però servono politiche di indirizzo in grado di rispondere a diversi tipi di bisogno (acquisto o locazione) e basate su un sistema di operatori più ampio, come già avviene nelle esperienze europee più avanzate.

Arch. Lorenzo Margiotta

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