Nel convegno "I giacimenti culturali: il nostro passato è il nostro futuro", svoltosi mercoledì scorso a Napoli, sono state presentate anche le numerose opportunità imprenditoriali legate al possibile sviluppo economico del territorio archeologico del sito di Pompei.

L’incontro (organizzato per la presentazione del volume "Pompei Insula Occidentalis. La casa di Marco Fabio Rufo") è stato un importante momento di discussione sull’investimento culturale in Italia, e in particolar modo l'occasione per evidenziare l'unicità mondiale dell'antica città di Pompei.

Finalmente non si parla più solo di crolli e disastri, di inarrestabili deterioramenti delle strutture, di degrado causato prevalentemente da erosione per agenti atmosferici e crescita della vegetazione spontaneama, anche di nuove campagne di indagini archeologiche in prospettiva di veri risultati di restauri, recuperi, consolidamenti, campagne di comunicazione e progetti di valorizzazione.

Tutti gli italiani devono prendere coscienza che si è di fronte ad un organismo urbano complesso (oltre che ad un’area archeologica estesa), un’intera città antica investita dall’eruzione vesuviana del 79 d.C., ed oggi frequentata da circa 2.500.000 di visitatori (anno di riferimento 2013).

Arch. Francesca Giara

Il sito archeologico di Pompei

La superficie della città antica è di circa 66 ettari; la superficie scavata è di circa 45 ettari. 1500 sono gli edifici (domus e monumenti) alla luce. I numeri danno conto, anche soltanto dal punto di vista quantitativo, dell’impegno necessario, in termini di risorse economiche e professionali.
- 1.500 EDIFICI
- 2 MILIONI DI m3 DI STRUTTURE MURARIE
- 17.000 mq DI DIPINTI
- 20.000 mq DI INTONACI
- 12.000 mq DI PAVIMENTO
- 20.000 mq DI COPERTURE PROTETTIVE

Gli scavi ebbero inizio nel 1748, durante il regno di Carlo di Borbone, Re delle Due Sicilie, con l’intento prevalente di conferire prestigio alla casa reale.
Si procedette in modo discontinuo e in punti diversi dell’area, che solo dopo qualche anno fu identificata come Pompei, senza un piano sistematico. Furono così riportati alla luce parte della necropoli fuori porta Ercolano, il tempio di Iside, parte del quartiere dei teatri.

Il periodo di occupazione francese, all’inizio del 1800, vide un incremento degli scavi, che venne poi spegnendosi con il ritorno dei Borbone. Si lavorò nella zona dell’anfiteatro e del Foro e ancora in quella di porta Ercolano e dei teatri. Grande eco suscitò la scoperta della casa del Fauno, con il grande mosaico raffigurante la Battaglia di Alessandro.

Dopo l’unità d’Italia e la nomina di Giuseppe Fiorelli alla direzione degli scavi (1861) si ebbe una svolta nel metodo di lavoro. Si cercò di collegare i nuclei già messi in luce e di procedere in modo sistematico, di tenere resoconti di scavo più dettagliati, di lasciare sul posto i dipinti (precedentemente venivano staccati e portati al museo di Napoli).
Fu anche introdotto il metodo dei calchi in gesso, che consentì di recuperare l’immagine delle vittime dell’eruzione.

All’inizio del nostro secolo, l’esplorazione venne estendendosi, seguendo le direttrici costituite dalle strade, verso la parte orientale della città, ponendo sempre più attenzione anche alle tracce lasciate dal piano superiore delle case.
Si giunge così al lungo periodo (1924 - 1961) segnato da Amedeo Maiuri. Nella sua intensa attività, oltre alla scoperta di edifici di grande prestigio (valga per tutti la villa dei Misteri) è da segnalare il completamento della delimitazione della città, lo scavo di ampia parte delle regioni I e II e della necropoli di porta Nocera, l’inizio metodico dell’esplorazione degli strati sottostanti al livello del 79 d.C., alla ricerca delle fasi più antiche di Pompei.

In questi ultimi decenni, l’attività di scavo si è progressivamente ridotta a favore di interventi di restauro, messa in sicurezza e manutenzione degli edifici già portati alla luce.

Fonte MiBACT

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