Rispondo con interesse all'articolo apparso l'altro ieri su edilia2000.it.
Sono stato anch'io un libero professionista che ha lavorato sempre in Italia e mai all'estero.
Quindi anch'io ho subito l'affronto dei cosiddetti "crediti formativi". Sì perchè di vero affronto si deve parlare.

Nei vari anni della mia bella professione (non c'è nulla di più bello che progettare e meglio ancora dirigere lavori che lascino una traccia di sè) ho sempre pensato che fosse un mio obbligo morale, anzi un dovere nei confronti di qualsiasi cliente (pubblico o privato che sia), il dovermi aggiornare continuamente su tutto ciò che potesse influire al meglio nella mia prestazione.

Non voglio qui enfatizzare il mio operato, il mio leggere assiduo, il mio studiare sempre, il mio partecipare a convegni (spesso anche noiosi), il mio interesse verso tutto ciò che fosse vera cultura.
Però è vero che tutto ciò mi portava via molto tempo, e anche fatica, ma lo facevo perché mi sentivo un "professionista".

E quando ci è stato detto che dovevamo certificare il nostro aggiornamento permanente mi sono chiesto: ma la mia professionalità costantemente aggiornata (anche in cantiere) non ha alcun riconoscimento?
Per me è stato un vero affronto, perché venivo inserito obbligatoriamente in quell’opera di demonizzazione delle libere professioni cominciata già prima con Bersani mediante la eliminazione delle tariffe professionali.

Fortunatamente il Consiglio Nazionale degli Ingegneri ha previsto per noi un minimo riconoscimento autonomo, ma quanti miei colleghi ne approfittano (perché senza controlli)?

Ma ho anche letto (via web) che a una domanda dell'ing. Gianluca Oreto rivolta al coordinatore della Rete delle Professioni Tecniche, Armando Zambrano, sulla necessità di eliminare i minimi tariffari obbligatori, e ancor meglio chiedendo quale fosse stata la motivazione che avesse spinto l’Italia ad agire in tal senso, si ebbe questa risposta: ”Perché in Germania sono più seri e ci tengono alla qualità della prestazione".

Quindi, per rispondere ad una situazione professionale gravissima, come quella della mancanza di "qualità" nelle prestazioni di alcuni (e forse numerosi) tecnici italiani, i nostri emeriti politici hanno pensato di cavalcare una opinione già abbastanza diffusa: i professionisti venivano pagati troppo e non lavoravano abbastanza per meritarsi compensi stabiliti "minimi per legge".

E così ci ritroviamo, anzi fortunatamente devo dire che i professionisti si trovano (perchè io me ne sono andato in pensione) a dover dimostrare che si aggiornano, a dover mercanteggiare una parcella, a dover raccattare qualche lavoro occasionale, a dover ringraziare il Cielo se si viene pur pagati.

Non doveva forse essere obbligatorio un controllo preciso sucome venissero espletate le varie prestazioni professionali?
Non si doveva puntare su un controllo "vero" circa la qualità progettuale di tutti i professionisti?
Non si dovevano rendere più operativi ed efficienti i tanti Ordini Professionali, che attualmente sono soltanto pura 'burocrazia'?

Sono pertanto un professionista deluso, ma spero che i giovani si risveglino e facciano sentire la loro voce per riacquisire dignità.

Ing. Enzo Ritto

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