Dopo gli anni - e furono più di trenta - di damnatio memoriae che condannarono il vitale dibattito in architettura negli anni del fascismo e, in particolare, quello che ha avuto luogo negli anni Trenta, avremmo gradito una rivitalizzazione di grande respiro culturale della critica negli ambiti sensibili del progetto del piano e del progetto di architettura.
Certamente non soltanto con le ambizioni degli scritti di Martin Heidegger, Theodor W. Adorno e Jürgen Habermas, ma anche di tanti altri epigoni di una generazione più contemporanea. Non è stato e, purtroppo, non è così, almeno per quanto riguarda l'afono e stantio clima culturale italiano. I pallidi tentativi di Umberto Eco e di Massimo Cacciari ridussero (o furono ridotti) ad un sogno di mezza estate, e quel saggio di Cacciari, Abitare - Pensare, letto nell'edizione in lingua tedesca, finì col perdersi nel labirinto dei concetti teoretici e di una metafisica certamente non popolare com' era da attendersi da un teorico della speculazione filosofico-scientifica di un marxismo riveduto e corretto nell'Italia post-bellica.

Per una critica di Architettura non politicizzataL'ex sindaco di Venezia non riuscì a liberarsi di quell'intellettualismo artificioso di sinistra che - dobbiamo riconoscerglielo - non toccò mai la decadenza messa in mostra da qualcuno che scrisse: Il fascismo è stato a lungo percepito come antiurbano. Ma si deve andare oltre questo giudizio, ricordando che il rifiuto della pressione delle masse urbane è una costante in Italia sin dai tempi di Quintino Sella (v. Anna Treves, "La politica antiurbana del fascismo e un secolo di resistenza all'urbanizzazione in Italia). Senza andare molto lontano, basta posare lo sguardo sul degrado cui è stata condannata la città italiana dell'epoca pos-fascista per denunciare la mancanza di quell'irrinunciabile rapporto di osmosi/atto d'amore sia con la città, latu sensu, che con la casa (dimora), senza il quale vengono a mancare quelle coordinate di riferimento che, p.e., il fascismo aveva identificato nei tipi edilizi della chiesa, del municipio e della casa del fascio, integrati negli agglomerati urbani in Italia e nelle colonie d'Oltremare. Significativo è stato in tal senso la conferenza del 31 Ottobre 2011 tenuta dal Prof. Dr. Harald Bodenschatz dell’Università Tecnica di Berlino nella sede dell’ Associazione degli Architetti e degli Ingegneri (IAV) sul tema Urbanistica per Mussolini nella quale “l’osservatore straniero può spesso scoprire una rispettabile qualità architettonica”. Così il Prof. Bodenschatz, autore della ricerca pubblicata nel libro Urbanistica per Mussolini, un tentative di interpretare e di presentare l’urbanistica di quella stagione – comprensiva della sua impressionante ricezione storica - in una visione d’insieme.

L'approfondimento di discipline teorico-umanistiche del rango della Teoria dell'Architettura e dell'Urbanistica nelle scuole di architettura italiane, da una parte, e la mancanza di quella critica della quale quì ci facciamo sostenitori, dall'altra, sfuggite, soprattutto, alle ondate di ribellione degli anni Settanta, deve sollecitare un dibattito in profondità teso a riscoprire nel Movimento Moderno il progetto incompiuto della società nelle promesse di libertà, partecipazione ed affermazione dell'individuo che la critica di architettura dovrebbe percepire come una teoricamente fondata, pratica quotidiana capace di soffocare sul nascere ogni rigurgito neo-capitalistico che riduce i valori di casa, città e paesaggio a merce e profitto.

Cosa si deve intendere, insomma, per critica e, in particolare per critica di architettura se non un comportamento e un atteggiamento nei loro presupposti di analisi e di ricerca, prima, da trasferire, poi, nelle loro risultanze all'interno degli ambiti del discorso e della prassi? Comportamento inteso essenzialmente come condotta moralmente integra e tatticamente intelligente che si materializza in azioni tangibili e, se necessario, assimilabili. Atteggiamento, nella sua dimensione di critica posizione concettuale da assumere rispetto ai problemi esistenziali che la politica e le istituzioni (espressioni del potere democratico) nelle quali essa si deve esprimere, non sono in grado di affrontare e di risolvere per deficit di preparazione, professionalità e di visioni, sia che si tratti di lavoro, casa, città, territorio e ambiente.
La critica di architettura non può, inoltre, fare astrazione dalla crisi politica e sociale nella quale è sprofondato l'uomo dell'era tecnologica e telematica, né prescindere dalla crisi ideologica innestata dalla brutale invadenza del socialismo reale, prodotto di una perversamente recepita lotta di classe nella sublimazione apologetica della dittatura di un prioletariato usurpato nella sua lotta di riscatto e di emancipazione dagli interessi di nomenklature di partito e lobby etniche che hanno finito per consegnarlo ad una politica senza partiti e ideali percepita come mestiere e alla cupidigia di avvoltoi nascosti sotto il mantello di liberismo e neo-capitalismo.

In tal senso la critica di architettura deve essere metabolizzata anche (o soprattutto ?) come critica sociale, se per "architettura" dobbiamo intendere un costrutto cosmico nel quale si esprimono i bisogni più disparati e le aspirazioni più elementari ed irrununciabili dell'uomo, introducendo nei meccanismi di gestione dei sistemi anticorpi contro una crisi strisciante che, se non preventivamente combattuta, accellererebbe lo sgretolamento già in atto nella società, riconducendo lo scontro in un dualismo di sistemi in continua concorrenza, socialismo- capitalismo, e di universi paralleli, mondo reale-civitas dei secondo Aurelio Agostino, o di polarizzazioni, democrazia-dittatura, com'e accaduto nel corso del tormentato 20. Secolo.
Una crisi (strisciante) che, nata dal crollo finanziario della Banca Lehman il 15 Settembre 2008, si trascina assumento i connotati (avidità, pressioni speculative su paesi con economie deboli, etc.) di una crisi finaziaria globale con effetti di lunga durata sull'economia reale dei paesi industrializzati e emergenti, sull'industria e sul commercio, ma anche come deficit di valori e significati e di fallimento critico-intellettuale. Se così fosse, e se vogliamo che la critica di architettura assuma la valenza che la critica ha assunto nel campo della letteratura e della musica, sottraendola, così, alla crisi del Movimento Moderno del quale è appendice, allora sono gli architetti (ultimi umanisti !) che devono chiedersi cosa, come e perché hanno progettato e costruito e per quali ragioni l'architettura non sia divenuta oggetto di un dibattito pubblico ed il costruire trasferito dagli spazi e dagli ambiti reali (città e territorio), negli spazi mediali (riviste, radio e televisione, etc.) e formativi (scuola e università).

Che si sia di fronte a una crisi di rappresentazione, a dimostrarlo è il fatto che nessuno crede più alle possibilità precipue dei macro-fenomeni storici, siano essi di rinnovamento, di rivoluzione, di democrazia o di dittatura. Men che meno di utopie. La parola d'ordine deve essere, pertanto, quella di riforme politico-sociali, Piecemeal Engineering,come già anticipato da Karl Popper nel suo saggio La società aperta, scritto durante il secondo conflitto mondiale e concepito come dichiarazione di guerra contro socialnazionalismo e comunismo.
La politica è stata ridotta a self-service per sciacalli e avvoltoi, rinnegati e uccelli migratori appollaiati in provvisorie aree di parcheggio in attesa di migliori collocazioni o di svendita al migliore offerente. Con la fine di fascismo e socialnazionalismo, prima, e la caduta del Muro di Berlino, poi, è crollata anche la facciata di quel socialismo reale che per decenni gli apostoli del bolschevismo ebreo-marxista di Lenin, prima, del comunismo staliniano e dei suoi imitatori occidentali, poi, avevano spacciato come alternativa a quel capitalismo che, per voce dei suoi profeti, continua a vantarsi di essere, si, senza alternativa continuando, così, nella sua corsa di distruzione dell' uomo e della natura.

È, pertanto. all'interno di una rivisitata critica di architettura che deve essere cercata la chiave di lettura della crisi globale del mondo e delle società occidentali, in particolare? Se così dovesse essere, dovrem(m)o interrogarci sul ruolo dell'architettura negli ambiti più del dualismo, tra estetica tecnologica, acciaio-vetro, e estetica aptica, pietra e tettonica (v. anche: 1. Jacques Derrida, Toccare, Jean-Luc Nancy, nella trad. it. di Andrea Calzolari, Genova, Marietti 1820, 2007. Ed. or.: Le toucher, Jean-Luc Nancy, Galilée, Paris, 2000; 2.Gottfried Semper: Lo stile nelle arti tecniche e tettoniche, 1860), che della dicotomia; tra architettura della fragmentazione con le superfici della facciata vetrate e trasparenti o ornamentate, e architettura dal corpo edilizio tradizionale con facciata in pietra nell' articolazione classica di zoccolo o basamento, elevazione, cornicione con interposte finestre verticali, lesene, paraste e pilastri.
Una critica di architettura degna di tale nome nel momento in cui il discorso o il dibattito si sublima in una cultura alla ricerca di un lettore raffinato, di un cittadino che si vuol riappriopriarsi della città, dei suoi spazi di vita e di socializzazione che il fascismo aveva riscoperto nella chiesa, nel municipio e nella piazza, per declinarli dalle città di fondazione ai centri rurali e che videro un fibrillare di professionisti (geometri, architetti, ingegneri) e maestranze che dovrebbe far arrossire di vergogna gli epigoni di una malapolitica che ha messo in ginocchio l'Italia.

Una critica di architettura che, traendo esempio dalla Germania, sia capace di raggiungere i lettori e i cultori dell'arte, dell'architettura e della storia della città pel tramite di un giornalismo specialistico e raffinato - al posto del banale tuttifrutti quotidiano italiano - servito da inserti culturali (il cosiddetto servizio di Feuilleton) che onora testate come la Frankfurter Allgemeine Zeitung, la Frankfurter Rundschau, la Süddeutsche Zeitung, Die Welt, Die ZEIT (Editore l' ultranovantenne, ex Cancelliere Helmut Schmidt; Redattore-capo, Giovanni di Lorenzo), ma anche la svizzera NZZ Neue Züricher Zeitung.

2011: l' anno giusto per comprar casa nella Milano dei boschi verticali, edifici nati dalla precoce senilità di una razza in estinzione di esemplari di sinistrume culturale non ancora votatisi alla rassegnazione. Più di tanto non riescono a scrivere i quotidiani di punta del Belpaese, quando non si liquefanno nei rivoli di un gossip disgustoso o in insignificanti servizi sulla globalizzazione dei mercati, etc., al posto di cancellare le vergogne della più sporca speculazione fondiaria e edilizia che sia stata messa in atto nel mondo occidentale in un paese, l'Italia, che ha sostituito la esemplare legge urbanistica nazionale del 17 agosto 1942 n. 1150 con insignificanti leggi urbanistiche regionali, e nel quale non esistono un Ordinamento sull'uso dei suoli e dei lotti edificabili; Regolamenti edilizi regionali (veri volani dell'economia); Statuti urbani; un Ministero per lo Sviluppo, la Pianificazione urbana e territoriale e per il Traffico; un Ministero delle OO.PP, con Assessorati regionali e comunali all'Urbanistica nella P.A. delle grandi e medie città oggi in mani di misere creature, cariatidi della malapolitica o della politica politicante, con Uffici tecnici e urbanistici privi di efficiente e qualificato personale tecnico-giuridico-amministrativo.
Quello che resta nell'Italia odierna è uno spettacolo misero di ruinis imminentibus musculi perigrant (ratti che abbandonano la nave che affonda), mentre non pochi sono a reclamare una RESTITUTIO IN INTEGRUM.

Arch. Nicola Piro
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