Il settore immobiliare italiano è l’unico in Europa che non si sia ancora ripreso dall’ormai decennale recessione: i prezzi degli immobili sono ancora in calo; le compravendite sono ben lontane dai livelli numerici del 2007; i tempi delle trattative estremamente dilatati.

Orbene, lo Stato ha tra i suoi compiti istituzionali quello di varare politiche atte ad affrontare situazioni economico-sociali problematiche (per citare: disoccupazione, povertà, sicurezza, dissesto idrogeologico) oppure ad incentivare settori per lo sviluppo del Paese (esportazioni, industria 4.0, istruzione e ricerca, infrastrutture).

Ma, nel campo degli investimenti immobiliari privati, a parte le ipotesi di intervento da parte della Cassa Depositi e Prestiti a sostegno di operazioni mirate di riqualificazione urbana ed alcune misure di limitatissima portata, a favore di situazioni di disagio abitativo - fondi di garanzia per facilitare l'acquisto casa (mutui); di sostegno affitti; per morosità incolpevoli; finanziamenti per piani di recupero di edilizia residenziale pubblica - lo Stato nulla fa per sostenere quel "mercato", che è strettamente connesso al risparmio di milioni di famiglie, investitrici nella casa.

Gli rimane la leva fiscale.
Possiamo dire che la stia usando utilmente a quel fine?
Consideriamo che la spesa pubblica ammonta a ben 830 miliardi, quasi il 50 per cento del PIL - mentre la spesa pubblica primaria corrente assomma a 670 miliardi, comprensiva delle provvidenze elargite dallo Stato a famiglie ed imprese per oltre 380 miliardi l'anno.

E non si sta facendo, da decenni, quasi nulla per diminuire tale spesa. E allora possiamo ben comprendere quali difficoltà ci siano a ridurre le imposte.

Eppure l'eccessivo carico fiscale, costituisce un forte freno agli investimenti, non solo per l' oggettiva situazione prodotta, di anti economicità degli stessi, ma anche per il senso di sfiducia che gli inasprimenti fiscali generano nei risparmiatori.

Ma, altro è non riuscire a ridurre le imposte, altro è aggravarle.
Ciò si risolverebbe in un grave freno alla crescita economica. Così avverrebbe se si introducesse una patrimoniale quale quella di cui si sente parlare da parte di taluni che credono semplicisticamente che i soldi per mantenere (o incrementare) la spesa pubblica basta andare a prenderli dove si manifestano nominalmente.

Una patrimoniale generale e/o immobiliare 'aggiuntiva' rispetto a quella esistente sarebbe esiziale per la nostra economia, anche se si risolvesse in un abbassamento del debito pubblico in funzione del calmieramento dello spread. Perché', oltre a sconquassare i bilanci dei risparmiatori, si tradurrebbe in un provvedimento tale da ammazzare la fiducia degli stessi nella "tenuta" della nostra economia.

Achille Colombo Clerici
QN - IL GIORNO pag. 24 · 24-11-2018

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