Kengo Kuma ha realizzato un interessante progetto di riqualificazione di un edificio esistente all’interno del sito produttivo di Casalgrande Padana con la consueta sensibilità che contraddistingue il suo approccio ai temi della tradizione.

Old House di Kengo KumaL’edificio preesistente, una tipica casa colonica della campagna reggiana, sopravvissuta alle profonde trasformazioni industriali del territorio, è stato completamente restaurato e recuperato a funzioni di archivio storico e di documentazione di Casalgrande Padana. Strutturata per accogliere anche mostre, incontri ed eventi culturali, la costruzione e il giardino che la circonda dialogano in armonia con il vicino Casalgrande Ceramic Cloud, spettacolare landmark progettato dallo stesso Kuma e inaugurato esattamente un anno fa.

Esternamente, la vecchia costruzione, attentamente ricondotta alla sua immagine originaria, non lascia trasparire nulla e consegna alle possenti murature in laterizio la custodia del piccolo gioiello che Kuma ha creato al suo interno. Qui, lo stato di degrado ha richiesto un intervento radicale, impostato con rara sensibilità, senza rinunciare ad affermare la contemporaneità e al tempo stesso senza scadere in facili manierismi.

Antico e moderno sono chiamati a definire uno spazio a-temporale, carico di significati, anticlassico e rituale al tempo stesso. L'attenzione riservata da Kuma ai materiali e al loro impiego sostenibile, trova riscontro in questo progetto nell'ecologia del gesto, nel senso della misura, nella sintesi, nella capacità di declinare la semplicità in spazi carichi di spiritualità, dove un ruolo di primo piano è giocato dal grès porcellanato.

Kengo Kuma

KENGO KUMA, nato a Kanagawa nel 1954, dopo la laurea conseguita nel 1979 presso l’Università di Tokyo, prosegue gli studi alla Columbia University di New York.
Nel 1987 fonda lo Spatial design Studio, nel 1990 il Kengo Kuma & Associates a Tokyo.

La sua è una poetica progettuale con una politica ben precisa: “Perché mi piace tanto parcellizzare i materiali fino a ridurli a pezzettini? Perché rompo la pietra, il bambù e la carta di riso in piccole strisce? Perché apro infiniti buchi nel legno? La risposta è che mi piacciono le sensazioni tattili dei materiali. E che solo così riesco ad apprezzarli in 1quanto tali, a sentirli vibrare". Così spiega il suo linguaggio architettonico e la sua passione per la materia.

Prima ancora della forma dell'edificio, infatti, sembra scegliere il materiale e definire un principio tecnico per il suo utilizzo. Una volta che questo elemento è stato identificato, tutto il resto sembra risolversi da solo: la forma, la tecnica costruttiva, la luce, l'atmosfera, il senso del rumore, il senso di permanenza. Non ama combinare diversi materiali, perché i suoi edifici sono esperimenti sul tema della monomatericità, spinta all'estremo. È molto attento ai particolari, al senso della trasparenza e dello spazio, alla capacità di combinare insieme natura e artificio.
Per Kuma, l'architettura non deve mai essere costrittiva, ma assomigliare a un giardino: "Perché un giardino non ha né muri né finestre, ma è fatto soltanto di superfici orizzontali. Per definizione, non deve avere confini.
Il punto di partenza, resta sempre il rapporto tra l'architettura e la natura: egli lavora sulla continua mutazione delle cose e dei segni che, una volta cifrati e costruiti, stuzzicano le nostre percezioni visive, tattili, uditive e anche olfattive, perché ogni materiale ha un suo odore. La luce è, per Kengo Kuma, materia fisica. Per ottenere questo risultato, abolisce, in molti progetti, sia la sostanza del muro che quella della finestra, sostituendoli con qualcosa di ibrido, in grado di offrire la protezione e la luce necessarie.

L'atmosfera che si respira è molto importante. Non è mai data la possibilità di vedere le cose in modo chiaro e inequivocabile. Tra mille sfumature, l'illusione si fa realtà.

("ph. casalgrandepadana")
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