La fine degli esperimenti legati all’applicazione dell’ideologia socialista e talvolta la dominanza di un neoliberalismo uscito dagli ambiti della ragione hanno comportato una strana svolta nella visione positivistica del mondo che contemporaneamente è finita per manifestarsi con accresciuto scetticismo nei riguardi del pensiero utopistico.

Malagestione delle politiche urbane e della casaUna considerazione, questa, che si dovrebbe estendere in particolare all’utopia politica la cui spinta riformatrice e rivoluzionaria è stata messa in discussione dagli avvenimenti politici del 1989.
Questa fine delle utopie ha coinvolto anche l’architettura e l’urbanistica facendoci dimenticare che il progetto di piano e di architettura deve restare sempre una intenzione orientata verso il futuro conservando la capacità di resistere alla pressione della rendita e del capitale.

In questo senso l’utopia - come la sua variante negativa, la distopia, porta senza dubbio con sé vantaggio e utilità, poiché comunque possono essere valutate le sue possibilità di successo, essa determina sempre l’ effetto di correttivo.
E per il fatto di rappresentare un ideale o un opposto di questo, formula per lo sviluppo di una società o un fine
positivo, ovvero un negativo dispositivo d’allarme capace di definire un limite al quale il corrispondente stato della società si potrebbe o dovrebbe approssimare. Non ultimo la sovente assenza di orientamento nell’agire politico del nostro tempo potrebbe conseguentemente indicare che, a seguito dei divieti di utopia degli anni Novanta, alla politica siano sfuggiti i valori di scopo definitivi.

Che questo aspetto sia permanente e costante anche nello sviluppo urbano del nostro tempo - che, in fin dei conti, è il metro dello sviluppo dell’intera società - è sotto gli occhi di tutti: da Palermo a Milano, attraverso il fallimento della ricostruzione in Abruzzo nella più totale bancarorotta della politica e del culturame imperante da quasi 70 anni, gli esempi di malagestione delle politiche urbane e della casa (L’eterna “Questione delle abitazioni” di Friedrich Engels) sono all’ordine del giorno.
Una politica urbana idealistica che conduca ad unico denominatore comune le tematiche inerenti i mutamenti sociali in corso - come, p.e., i bisogni in termini di ecologia e sostenibilità, ma anche il desiderio diffuso di una visione umana della città - non è all’orizzonte.

Ma la battaglia non sembra ancora essere perduta; per cui i diversi modelli che più o meno si collegano a concrezioni urbanistiche, che altrove incominciano a dare segni di vita all’insegna della soprivvenza dell’ uomo sulla terra, ci fanno sperare in una rinascenza del pensare per utopia.
In realtà dovrebbe destare meraviglia che gli architetti proprio oggi incomincino a parlare di utopie e visioni, proprio quando si accingono a pensare progetti capaci d’itrodurre nel dibattito sulla città nuove forme di vita collettiva?
Il XV Colloquio di Berlino del dicembre u.s. sul tema “Achitectura et Utopia” non è stato percepito come ricaduta in una nuova forma di totalitarismo più di pianificazione urbana che di urbanistica, poiché l’utopia come concetto ideologico e totalitario (o totalizzante ?) per un mondo migliore non trova, almeno in Europa, giustificazione alcuna.

Il discreditare, d’altra parte, del pensiero dell’utopia a fronte dei molteplici e complessi impegni da affrontare (per risolverli) negli ambiti dell’architettura e della pianficazione urbana significherebbe rinunciare a quel “Principio della speranza” di Ernst Bloch che è consustanziale all’utopia stessa.
In tal senso le visioni possono trovare una legittimazione nel progetto del piano nella misura in cui non siano il risultato di compromessi ad infinitum con istanze che attendono decisioni chiare e precise, e/o ammissioni più o meno edulcorate di precedenti e discutibili esperienze.

Le sfide che stanno davanti a noi, sia che si tratti dei mutamenti climatici, demografici e della lotta alla segregazione sociale di soggeti dei flussi migratori, e soprattutto il crescente fenomeno d’inurbamento nei Paesi in via di sviluppo, fanno appello a una architettura pensata con immaginazione, competenza specifica e capacità di comprensione dei problem altrui per sviluppare nuove idee di vita collettiva in considerazione del fatto che le utopie hanno avuto luogo nei grandi momenti di crisi, di trasformazioni sociali e di riflessione su problemi contingenti.
Non a caso la “Utopia” di Tommaso Moro (1516) è nata come la prima grande utopia sociale sulla soglia della Nuova Era (per l’Italia il Rinascimento) nel momento in cui la visione del mondo si trasformava radicalmente. E non a caso Tommaso Moro consegnò al concetto di Utopia il suo valore dal greco “u topos”, di nonluogo, quel sillogismo che per Mar Augé si contrappone ai luoghi antropologici e, pertanto, incapace d’interpretare in sé i luoghi storici, già metabolizzati dall’uomo, confinandoli in una sfera astratta che nella Repubblica di Platone filosoficamente fu eliminazione del diritto alla proprietà e diritto al lavoro giornaliero di sei ore, per diventare destino triste di una humana conditio delle masse in Inghilterra tra Medioevo e Nuova Era, elevato a lotta di classe, infine, da Marx e Engels nel Manifesto del Partito comunista del 1948 scritto tra il dicembre 1847 e il gennaio 1848 per la dittatura di un proletariato (dal lat. proles) che da utopia rivoluzionaria finirà per morire come “realsocialism” e prassi del terrore nel marxismo-leninismo, prima, e nello stalinismo, poi.

I secoli XVII e XVIII videro la nascita e il consolidamento di idee e ideali che diedero luogo all’Illuminismo e alle correnti di quel Proto-Socialismo francese o Socialismo utopistico del conte Saint-Simon, sino all’Anarchismo dei Prudhon e dei Bakunin, senza nel contesto dimenticare la manifestazione di quelle idee e ideali in chiave urbanistica negli architetti-epigoni della Rivoluzione, Ètienne-Luis-Boullée (nella Sala di lettura della Biblioteca nazionale) e Claude-Nicolas Ledoux (nel complesso delle Saline di Arc-et-Senans), progetto di città ideale come luogo di vita, di lavoro e di abitazione per uomini “virtuosi” ai quali pel tramite dell’architettura viene resa possibile una vita collettiva a contatto con la natura.

Ma chi meglio di Frank Lloyd Wright e di Le Corbusier con le loro utopie politiche di visioni urbane rispettivamente per "Broadacre City” e il “Plan Voisin” per la Città del Futuro, chi ha avuto la carica ideale nella prima metà e negli anni Sessanta del XX Secolo con Fuller nella cupola sopra Manhattan di cimentarsi con visioni architettonche di sì vaste dimensioni?

L’immaginazione di modelli utopici per una migliore società, per una vita migliore nella citta ideale potrebbe senza dubbio proseguire, tenuto conto che più differenziate sono state le utopie, altrettanto diversificate sono state le loro reazioni ai radicali mutamenti tecnologiche e sociali.
È la fine, pertanto, delle utopie?
Con la caduta del Muro di Berlino, di quelle politicamente massimaliste, sì. Senza, tuttavia, chiedere la porta a nuove forme di un Socialismo del XXI Secolo che possa fare da alternativa ad un Capitalismo di Stato (Cina) e a un Liberismo vecchia maniera (Usa), entrambi fuori dal tempo e dalla ragione.
Né le risposte sono da cercare in tutte quei “mega” che vogliono fare della città nata dalla polis e dalla urbs, che poi formarono la civitas che trasferì la sua cultura urbana nella città europea, proprio quel nonluogo che non vorremmo.

Arch. Nicola Piro
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