Questa volta, andando a Venezia, i ricordi spaziano su un viaggio avventuroso che avrei voluto fare senza indugio: navigare con Aldo Rossi sul suo Teatro mobile.

Dopo un invito inaspettato del suo progettista, (che sogno!) , mi ritrovo su un edificio galleggiante - sintesi perfetta tra classicità e modernità - capace di sfidare sia le meraviglie architettoniche veneziane che le condizioni del mare.

Stiamo attraversando la laguna di Venezia, ma la cosa più affascinante è che con questa occasione ho l'opportunità di rileggere Aldo Rossi, un'altro maestro dell'architettura italiana, con la giusta curiosità, e con una gran voglia di rimettere in gioco le idee, attualizzandole naturalmente con ciò che oggi offre la visione di una città che per molti è ormai morta, per alcuni è solo un grande museo continuo, per altri è un "viaggio di nozze", ma per gli ultimi veneziani è "casa".

Posso ora rivivere la straordinaria avventura del "Teatro del Mondo" di Aldo Rossi, voluto da Paolo Portoghesi e da Maurizio Scaparro, come segno forte dell'interdisciplinarietà della famosa Biennale di Venezia del 1980: un teatro galleggiante che rievocasse le analoghe costruzioni dei carnevali settecenteschi con palcoscenici naviganti sulla laguna.

E' come se risentissi le parole con cui spiegava il progetto Aldo Rossi: "avere uno spazio usabile preciso anche se non precisato...ed essere sull'acqua. Appare evidente come essere sull'acqua sia la sua caratteristica principale, una zattera, una barca - il limite o confine della costruzione di Venezia".

Mi appoggio a questa bella ed eterea torre ottagonale montata su una zattera e trainata lungo i corsi d'acqua di Venezia: il suo percorso traballante mi offre la visione della magnifica architettura della città, prima di essere ormeggiata a fianco della Dogana.

Mi sento immerso nella memoria e nel passato, ma tastando le linee legnose di questo piccolissimo teatro - sintesi concreta dell'immaginazione di Aldo Rossi - percepisco anche il pensiero poetico dell'architetto Rossi, artista nell'edificare, che diviene strumento per consentire alla vita quotidiana di trovare la sua armonia con l’ambiente esterno.

Sembra quasi che Aldo Rossi mi sussurri cosa vedesse nel "teatrino veneziano" (così lui lo chiamava): è il confine tra la realtà e la fantasia, tra l'architettura e l'immaginario.
E questo insolito e spettacolare manufatto mi riconferma il concetto di architettura del suo stesso autore, perché anche le forme dell'avanguardia non possono dimenticare le epoche precedenti.

Aldo Rossi è uno degli architetti italiani più rappresentativi della seconda metà del Novecento, così ho l'opportunità di percepire dal vivo il suo lavoro: una sintesi della forma architettonica base di numerosi riferimenti, un utilizzo degli Archetipi - forme ricorrenti nella storia dell'architettura - quale semplicità e monumentalità nell'attività costruttiva.

Sono le idee fantasiose che Rossi ha veramente sperimentato nella apparentemente semplice realizzazione del "Teatro del Mondo" e che riesco anch'io a vivere in questo stranissimo viaggio. Nel teatro il palcoscenico diventa occasione per raccontare le vicende umane, ma la città è essa stessa un palcoscenico in continuo mutamento.

Una seconda infanzia? Forse.
Sarà per questo motivo che mi tornano in mente alcune parole di Shakespeare in una sua commedia: "Tutto il mondo è un palcoscenico, e uomini e donne, tutti, sono attori...nella vita un uomo interpreta più parti... L'ultima scena ... è una seconda infanzia."

Arch. Lorenzo Margiotta

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