Da un paio di anni leggiamo di “Rivoluzione Verde”. E la Green Economy, in effetti, rappresenta un vero e proprio salto di paradigma e non la semplice affermazione di una nuova branchia dell’economia tradizionale.
La Green Economy, che oltre a fonti di energia rinnovabili o architettura a basso impatto ambientale, è anche  difesa dei suoli e valorizzazione delle acque, aree protette e turismo sostenibile, gestione integrata dei rifiuti urbani e via dicendo, è insieme innovazione di processo e di prodotto.
È cioè un nuovo modo di produrre e di produrre prodotti nuovi, ma è anche un modo diverso di consumare, è uno stile di vita. La Green Economy è anche strettamente connessa a un modo diverso di valutare la ricchezza di un Paese.
Infatti, i nuovi indicatori di benessere che tentano di andare oltre un PIL ormai datato, contemplano variabili eterogenee, dove una costante è la tutela dell’ambiente.

Green Economy anche in ItaliaGli attori di Green Economy – le istituzioni politiche, le imprese, le associazioni di categoria, gli istituti e i centri di ricerca fino ai singoli individui – dovranno necessariamente innestarsi nell’attuale tessuto economico e tener conto dell’esistente.
È auspicabile quindi gestire la Green Economy come una riforma graduale piuttosto che come una rivoluzione. Essa, infatti, è tutt’altro che un colpo di spugna che cancella l’esistente: è lì che deve innestarsi, attraverso azioni di accompagnamento capaci di sfruttarne gli “incuneamenti interstiziali”, e gli attori di Green Economy dovranno sviluppare azioni di riconversione dell’offerta, della domanda, della formazione e dell’occupazione.

È solo investendo nella creazione e nella promozione di nuovi business, nello sviluppo e la ricerca di nuove tecnologie, nella sensibilizzazione di cittadini e consumatori, nella formazione di professionisti e professioni verdi, i cosiddetti green jobs, che possiamo vincere la sfida della Green Economy e assicurare un ambiente migliore e sostenibile alle future generazioni, anche quale idonea strategia per uscire dalla crisi economico-finanziaria.

Allo scopo di comprendere lo stato della Green Economy in Italia e di contribuire allo sviluppo di azioni di accompagnamento, di riconversione e di orientamento dell’esistente, Fondazione Impresa ha elaborato uno specifico indice di Green Economy (IGE), quale acquisizione di conoscenze comuni fruibili dagli attori economici e istituzionali, che ha portato a individuare una classifica delle regioni italiane.

Cosìcche, secondo l’Indice di Green Economy (IGE) 2011 approfondito da Fondazione Impresa, che ha portato gli indicatori da 9 a 21, suddividendoli alla luce dei settori maggiormente coinvolti dall’economia verde – energia, agricoltura biologica, imprese e prodotti, trasporti, edilizia, rifiuti e turismo sostenibile – le regioni più “green” d’Italia sono Trentino Alto Adige, Basilicata e Friuli Venezia Giulia e, a seguire, Umbria, Veneto e Piemonte.
Il nuovo paradigma della Green Economy sembra per certi versi riconciliare il Paese e non conoscere la tradizionale frattura tra Nord e Sud. Le prime posizioni nella classifica dell’economia verde sono infatti occupate proprio da queste sei regioni, che vanno da Trentino Alto Adige a Basilicata, quasi a dire che la Green Economy è – e può essere – una vocazione dell’intero Paese e non prerogativa assoluta di una specifica area geografica. Ovviamente, tra area e area, come tra regione e regione, distinzioni esistono e vanno rilevate, anche e soprattutto per poter intervenire su eventuali carenze o inefficienze e potenziare e valorizzare, anche in termini di reinterpretazione e di riproduzione di best practices, le performance territoriali migliori.

by Fondazione Impresa
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