In Italia la situazione dell’edilizia sociale rispecchia in maniera quasi del tutto perfetta quella dell’economia. Al Nord il fenomeno sta decollando grazie soprattutto a Cariplo, Aler e altri enti che stanno facendo della Lombardia un caso esemplare; mentre al Sud (compresa Roma dove aumentano incessantemente le cause di sfratto e morosità) la social housing è ancora un’utopia, a causa della scarsità degli investimenti privati.

La FIA (Fondo Investimenti per l’Abitare della Cassa Depositi e Prestiti) ha deciso, infatti, di intervenire proprio nel Meridione per dei nuovi progetti di edilizia sociale. Soprattutto da quando è stato voluto dallo Stato un aumento del fondo a 2 miliardi di euro, di cui ne sono già stati spesi 660 milioni. Ma il numero di abitazioni non basta ancora ad accontentare la domanda che è in costante aumento.

Caso esemplare, come accennato, è la Lombardia, dove sono stati già realizzati 268 appartamenti e ne sono in costruzione altri 567; inoltre si stanno progettando 2.000 alloggi e 1.000 posti letto per gli studenti delle università lombarde. A Milano, per esempio, ha riscosso un enorme successo il progetto Abit@Giovani che proponeva quella che diventerà probabilmente la forma più gettonata di edilizia sociale, ossia l’affitto con riscatto. Dopo otto anni di pagamento del canone di locazione, si firma la vendita dell’immobile, mediamente un trilocale di 70-75 metri quadrati. L’affitto ha un preso decisamente sotto la media delle case milanesi e si aggira intorno ai 500€.

Altri casi esemplari si registrano a Parma, qualcuno in Veneto e altri nelle Marche. Ma non basta. Ormai il target di questo tipo di iniziative si sta espandendo a prendere l’intero ceto medio. Per rientrare in questo tipo di progetti bisogna avere un Isee del nucleo familiare non superiore ai 40.000€, cifra troppo alta per gli alloggi popolari e troppo bassa per sperare in un mutuo sui costi di vendita che si registrano attualmente in Italia.

A interessarsi a questo tipo di iniziative sono spesso le banche, le assicurazioni e le casse previdenziali; scarseggiano invece le partecipazioni di privati ai progetti. Le Università ne parlano già da qualche anno e sono attente alle frontiere che potrebbero aprire queste tipologie alternative di edilizia. Ma la burocrazia italiana non perdona. Per costruire servono spazi e i procedimenti di concessione di questi da parte dei Comuni sono lunghissimi e farraginosi. Inoltre spesso le amministrazioni locali sono disposte a concedere terreni periferici che perdono di appetibilità. Fondamentale invece risulta il contributo dell’edilizia sociale a progetti di riqualificazione di edifici malmessi o abbandonati che diventano le case sociali di giovani coppie.

L’intenzione, in futuro, sarebbe anche quella di non lasciare al caso la scelta di come dividere le famiglie nei vari palazzi: si pensa a un condominio in cui vivano una baby-sitter, una badante per anziani, un avvocato, un operaio. Le competenze sarebbero condivise e tutti trarrebbero diversi vantaggi dall’avere un vicinato “variegato” e disponibile.

fonte: immobiliare.it

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