Le immagini di questi ultimi giorni confermano che da tempo, ormai, i cittadini italiani sanno che il Paese non è più estremamente sicuro: alluvioni, smottamenti profondi, allagamenti, straripamenti di fiumi e torrenti, valanghe di fango.

Il territorio è devastato dalle perturbazioni atmosferiche che si affacciano in ogni ambito, costa, pianura, collina o montagna che sia.

E nel frattempo nel mondo politico si chiacchiera soltanto senza legiferare nulla di concreto e senza intervenire con priorità assoluta. Continuano a dirci che abbiamo una atavica impreparazione culturale ai vari dissesti, ma intanto frane ed alluvioni diventano costanti e non più occasionali.

Ovviamente non dimentichiamo che il Governo ha stanziato (tramite il Cipe) i primi 700 milioni di euro per finanziare un cosiddetto Piano nazionale: si parla di 7.000 opere da realizzare, ma come al solito i tempi sono lunghi e intanto le disgrazie continuano ad accadere. Ma siamo proprio sicuri che si possano ancora chiamare disgrazie?

Non si vedono misure immediate e idonee alla mitigazione del dissesto idrogeologico italiano (in campo urbano, agricolo o forestale), e le frane, gli allagamenti e le alluvioni continuano.
Sappiamo bene che ad aggravare ulteriormente la situazione disastrosa è il continuo consumo del suolo, ma queste catastrofi, solo negli ultimi cinquant’anni, hanno causato la morte di quattromila persone.

E allora? Cos'altro bisogna aspettare perchè tutti riescano ad avere una concreta sensibilità al problema e attuare azioni risolutive?

Arch. Lorenzo Margiotta

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