Il discorso di Jean Claude Juncker, presidente della Commissione Europea, sullo stato dell’Unione che ha delineato lo stato dell’arte – dal punto di vista economico, sociale, politico ma anche delle relazioni internazionali – e, soprattutto, ha presentato la propria visione per il futuro e le proposte politiche attraverso le quali realizzarla, è stato oggetto di commento all’Ufficio del Parlamento Europeo a Milano con una conversazione organizzata dall’europarlamentare monzese Alessia Mosca, membro della Commissione INTA (Commercio Internazionale) e vice presidente della Delegazione per le relazioni con la Penisola arabica.

Alessia Mosca con il presidente di IEA, Achille Colombo Clerici

Sono intervenuti Federiga Bindi, Senior Fellow SAIS Johns Hopkins University, Washington e Jean Monnet Chair, Roma; Fabio Franchino, docente nell’Università degli Sudi di Milano; Bruno Marasà, responsabile Ufficio d’Informazione a Milano, Parlamento Europeo; Matteo Scotto, Research Fellow di Villa Vigoni.

Se è vero che gli anni dell’Unione hanno portato – oltre a decenni di pace impensabili - ad un maggior benessere dei cittadini, è altrettanto vero che hanno creato profonde disuguaglianze: per citare, ad una Grecia che vede il Pil diminuito del 25% rispetto agli anni pre-recessione si contrappongono la Germania con più 25% e la Francia con più 15%; e se l’abbattimento delle barriere ha rilanciato la politica commerciale, è altrettanto vero che importanti settori dell’economia continentale ne hanno subito pesanti conseguenze. Vasti settori della popolazione hanno subito danni economici e quindi sociali generando il manifestarsi di proteste che vengono etichettate quali “fenomeni populistici”.

Non è che altrove vada meglio. Gli Stati Uniti, modello cui in qualche modo l’Unione Europea si ispira, vedono lo stato di New York con un pil procapite di 65.000 dollari, quello del New Mexico registra 34.000 dollari procapite: altroché, diremmo noi italiani, la differenza tra i nostri Nord e Sud!

Ma sicuramente un problema, forse il problema, per gli auspicati “stati uniti d’Europa” è costituito dallo strapotere nelle decisioni continentali dei singoli Stati i cui governi antepongono gli interessi nazionali a quelli dell’Unione.

Certo mai come oggi ci sono state condizioni favorevoli per un’Unione più forte anche in campo internazionale: l’uscita della Gran Bretagna, da sempre contraria a un rafforzamento dell’Unione - non per caso alla vigilia di un passo avanti in tal senso si sono verificati eventi internazionali quali la guerra in Iraq -; il disimpegno Usa; l’emergere di potenze geopolitiche quali la Cina impongono al Vecchio Continente scelte drastiche quali, in primis, un esercito comune.
Come la storia insegna, la pace si difende quando si è in grado di dialogare da una posizione di forza, sia pure democratica.

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