Alcuni giorni fa il noto critico Vittorio Sgarbi scriveva su "ilGiornale" un rovente articolo contro gli archistar che si cimentano, quasi sempre senza successo, nella progettazione di edifici religiosi.
Sgarbi lapidariamente ha dichiarato che l'operato di famosi architetti "ha portato spesso a soluzioni totalmente estranee alla tradizione, cosa forse anche lecita, ma talmente mortificanti sul piano espressivo, da diventare poco più che hangar o magazzini."

Confronto tra archistar e architettura religiosaInevitabilmente ha dovuto prendere ad esempio l'ultima architettura religiosa realizzata a Foligno da Massimiliano Fuksas: "un edificio di straordinaria bruttezza che sembra voler svilire i temi dell'architettura".
Interessante e serio l'approccio dell'analisi fatta dal veemente critico d'arte in merito alle tipologie architettoniche realizzate nel Novecento "in gran parte fallimentari, in quanto frutto di un distacco fra l'idea religiosa, o i temi della fede in Dio, come stimolo potente alla creazione e la creazione stessa".

Ma esiste veramente un imbarazzo degli architetti rispetto ai temi dell'architettura sacra, tanto da far affermare a Sgarbi che "da molti anni siamo di fronte a esperienze fallimentari e a una diminuzione, se non proprio all'azzeramento, del potenziale creativo ispirato dalla Chiesa"?

Molto probabilmente i fallimenti vanno attribuiti a poca modestia dei progettisti che non si preparano adeguatamente ad affrontare la costruzione di nuove chiese con serietà e disponibilità all'apprendimento di nuove conoscenze.
La riflessione sull’architettura sacra è molto complessa e richiederebbe l’apporto di esperti di numerose discipline (antropologia, filosofia, teologia, liturgia, appartenenti anche a diverse religioni e confessioni).
L'architetto (o archistar di turno) per sentirsi particolarmente preparato, quindi, e fornito di adeguata documentazione nell'affrontare la sacralità dell’arte, dovrebbe considerare la sua proposta progettuale quale mezzo esplicito da porsi al servizio del luogo privilegiato per l'incontro sacramentale con Dio.

Effettivamente Vittorio Sgarbi ha solo confermato che negli ultimi anni la realizzazione di un rilevante numero di architetture e spazi sacri sono risultati “molto discutibili”, però ha dimenticato che questa situazione ha fatto emergere a livello di dibattito scientifico il significato dell’edificio Chiesa in rapporto alla funzione di spiritualità insita in esso pur in un contesto sociale e urbano in continuo mutamento.

La complessità del tema - puntando a riscoprire il ruolo simbolico dell'edificio chiesa all'interno della città,  in base al quale l'architettura sacra non deve essere più semplicemente autocelebrativa e quindi fine a se  stessa, ma funzionale rispetto alla finalità liturgica cui è demandata - deve porre il professionista ad affrontare con rigore ed umiltà la progettazione degli edifici di culto, il loro inserimento all'interno di uno specifico brano di città, nonché lo spazio architettonico esterno rispetto al significato simbolico che assume in un contesto urbano soggetto a svariate sollecitazioni di una società che cambia.

Anche i più famosi archistar non possono pensare all'edificazione di una chiesa considerata solo come opera costruttiva. Prima si devono porre di fronte ai soggetti per i quali sarà edificata e al Soggetto divino a cui è riferita.
L'architettura religiosa autentica, infatti, non è mai nata e non può nascere dal caso. E il quadro dei parametri teologici e filosofici che hanno presieduto nel corso di questi due primi millenni allo sviluppo dell'arte cristiana mostra che l'architettura religiosa è nata e nasce determinata da una necessarietà intrinseca.
E' vero che la cultura laica moderna, rispetto all'epoca delle basiliche paleocristiane, si è frantumata in un  pluralismo di espressioni, in cui è difficile decodificare gli elementi portanti della sua unità, però le ultime realizzazioni religiose, in realtà, non hanno minimamente evitato la ricerca forzata della monumentalità e il ricorso alla mera esibizione strutturale.

Pertanto, si può dire -insieme a Vittorio Sgarbi- che della produzione novecentesca, soprattutto nell'ultimo mezzo secolo, non molto può essere salvato nella corrispondenza tra esigenze della religione e architettura.
Non va fatta però una ingrata generalizzazione, e lo stesso Sgarbi ammette che "tra le poche interessanti eccezioni vanno ricordate le testimonianze ticinesi di Mario Botta, il quale ha dato prova di avere dentro di sè una forza religiosa o un'intuizione, una sensazione di quello slancio trascendente, divenuta poi forma architettonica".

E in effetti con il Prof. Mario Botta l'architettura diventa pura emozione. Non possiamo infatti non tener sempre presente la sua "Chiesa del Santo Volto" (realizzata a Torino tra il 2001 e il 2006) poiché rappresenta il più alto esempio di approccio professionale ad un tema altamente qualificante.
Infatti, come ha ampiamente spiegato lo stesso architetto ticinese in occasione della sua mostra personale a Firenze (Architetture del Sacro - Preghiere di pietra), "Costruire una chiesa oggi in una società fortemente  secolarizzata, dopo i pronunciamenti sulla “morte dell’arte”, dopo l’azzeramento dei codici linguistici e il  congedo degli stili operato dalle avanguardie nel XX secolo, risuona temerario, risulta una sfida estrema. Eppure è anche compito urgente e vivo dal quale non possiamo sottrarci se ancora crediamo nella possibilità di affermare alcuni valori fondamentali."

Arch. Lorenzo Margiotta
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