L’architettura e il ruolo dell’architetto in un nuovo mondo dove la tecnica e la tecnologia guidano i processi sociali è stato il tema principale dell’incontro “Abitare oggi alle soglie del III Millennio”.
All’Acquario Romano, sotto l’organizzazione dell’Ordine degli Architetti PPC di Roma e della Casa dell’Architettura, studiosi, docenti universitari, sociologi e architetti hanno affrontato i temi che condizionano la contemporaneità e hanno provato a dare una visione del futuro.

Ad aprire i lavori è stato il Prof. Luca Ribichini, Presidente della Commissione Cultura della Casa dell’Architettura, portando all’attenzione della platea il ruolo che i centri abitati avranno in futuro e sottolineando l’importanza sociale e produttiva delle città, nonché delle metropoli, che saranno sempre più forza propulsiva del Pil delle Nazioni.

“Va ricordato – ha detto Ribichini – che se le città saranno sempre più centrali nella società di domani, gli architetti avranno un ruolo e una responsabilità crescente.
All’ultimo congresso nazionale degli architetti è stato ricordato che il 65% dei cittadini valuta come fondamentale l’attività dell’architetto. Rappresentiamo, dunque, un valore. Del resto – ha continuato Ribichini – ciò che ci contraddistingue è la capacità di immaginare il futuro, è questa la peculiarità esclusiva dell’uomo che non può essere insidiata dall’intelligenza artificiale”.

Il dibattito ha poi preso vita, sotto la moderazione dell’archeologo Umberto Broccoli, lasciando spazio alla visione di un nuovo modo di abitare. Non prima, però, di aver delineato i confini di un modello di società che si sta plasmando già nel nostro tempo.

Il Prof. Domenico Masi, emerito di Sociologia del Lavoro a La Sapienza, ha apportato importanti riflessioni disegnando il contesto dell’abitare che affronteremo nel prossimo Decennio.
Nella società post industriale le tecnologie, l’intelligenza artificiale, il gioco, diverranno protagonisti all’interno di un contesto economico e sociale nuovo.

“Nel 2030 ci saranno 8 miliardi di persone – ha spiegato Masi -, con una vita media più lunga, vivranno di più le persone maggiormente scolarizzate e socializzate. Gli anziani con più di 65 anni saranno 910 milioni (rispetto ai 420 milioni attuali)”. Le donne saranno protagoniste di quel tempo. “Vivranno tre anni in più degli uomini; due terzi della ricchezza negli States sarà al femminile; saranno donne il 60% degli studenti, dei laureati, e delle persone che conseguiranno un master. Molte donne avranno un uomo più giovane o avranno un figlio senza però avere un marito”.

Il Prof. Masi, sulla base dei sette trend da lui analizzati, ha poi spiegato come “nel 2030 la nuvola informatica avrà trasformato il mondo in un’unica agorà. Teleapprenderemo, telelavoreremo, telegiocheremo, telesocializzeremo”. E ci sarà spazio per un’ampia crescita economica. Seppur si lavorerà meno, si produrrà di più. Ecco allora che la vita in città cambia radicalmente e l’uso dell’abitazione di conseguenza, sia in funzione dei lavori che si potranno svolgere da remoto sia in funzione di un tempo libero, in aumento, che la popolazione dovrà impegnare. Masi, che si è chiesto come potrebbe cambiare la città, ha dunque portato alcuni esempi, tra cui le idee di Javier Echeverria che nel 1993 parlava già di Telepolis, dove la produzione e il consumo avviene in casa, dove la città non ha territorio né frontiere.

Lo scenario del 2030 descritto dal sociologo del lavoro ha aperto alle riflessioni di illustri architetti ospiti alla Casa dell’Architettura.

A iniziare da quelle di Ricardo Bofill che ha ripercorso la sua storia professionale proiettandosi in quel futuro, “perché la professione dell’architetto – ha detto – obbligatoriamente deve pensare il futuro. Progettarlo è il nostro mestiere”.

Il Prof. Architetto de La Sapienza, Paolo Portoghesi, nel suo intervento è invece andato alla ricerca di un’architettura “che consenta di vivere”.
“La città – ha spiegato – è l’espressione della libertà, nasce dall’esigenza della gente di vivere insieme, è l’unione di tanti piccoli villaggi. La città è come un organismo animale con una vita e un equilibrio, nei confronti del quale l’uomo deve applicare un concetto: la cura. La cura è il significato dell’esserci. Siamo qui per curare noi stessi, la nostra casa. La vocazione alla cura non suggerisce di affidare alla tecnologia lo sviluppo della società”. Per Portoghesi dobbiamo “sottrarci alla dittatura tecnologica”, perché il processo che più ci riguarda è “la riconquista della libertà e bisogna farlo ricominciando dall’arte”.

L’architetto romano critica l’eccessivo uso della tecnica e mette in guardia i suoi colleghi in platea: “Per vincere la battaglia e migliorare il mondo in cui viviamo, per non arrendersi alla deriva, tutto è utile: l’associazionismo, la politica, la religione, il lavoro dell’uomo. La vocazione dell’architetto è proiettarsi nel futuro e vincere le sfide che il mondo pone davanti. Saremo responsabili di ciò che avverrà sia in positivo sia in negativo e non possiamo sottrarci.

Gli architetti trasformano la crosta terrestre ecco perché saremo responsabili”, ha concluso Portoghesi lasciando infine spazio all’intervento di Gianluca Peluffo che ha illustrato i suoi progetti di costruzione di nuove città in Egitto, espressione della sua filosofia di fare architettura. “Ci sono due parole – ha detto Peluffo – che a mio avviso contraddistinguono il nostro presente: o-sceno e an-estetico. Il nostro presente è osceno perché privo di luoghi d’incontro nella collettività ed è anestetico perché privo di chimica. Il nostro lavoro è combattere queste due malattie, che sono la peste del nostro presente e delle nostre città”.

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