Un interessante articolo apparso sul Corriere di Como, qualche giorno fa, ha riportato alla mia attenzione un dubbio postomi già anni fa da un mio cliente.
Regolamenti, norme obbligatorie e disposizioni vincolanti sono anche restrizioni alle libertà individuali?

Nella pianificazione urbanistica italiana, da alcuni anni ormai, si è aggiunto un altro strumento: il "piano del colore", analisi e programmazione dettagliata delle coloriture delle facciate dei fabbricati, quasi una tintografia dell'esistente.

Questo strumento urbanistico ha previsto quasi sempre, nel caso di lavori di tinteggiatura delle facciate dei centri storici, l'obbligo di utilizzo di colori prestabiliti.
Obiettivo primario del "piano del colore", infatti, è quello di valorizzare il patrimonio storico, attraverso la riqualificazione degli edifici e il miglioramento estetico dell'ambiente urbano.

Molte indagini e proposte progettuali hanno affrontato non solo il trattamento delle superfici intonacate, ma anche tutto l’insieme delle componenti architettoniche, decorative e funzionali concorrenti a formare la percezione complessiva delle unità edilizie, pur nel rispetto della tradizione coloristica e delle tradizioni locali.

Ma un piano cromatico della città può essere esteso anche alle altre zone urbane oltre gli ambiti antichi?
E se la risposta è positiva (perché le facciate sono memoria storica e quindi bene culturale meritevole di tutela), ipotizzando un "piano del colore" per altre parti della realtà urbana, non si attuerebbe una limitazione alla libertà espressiva dei cittadini?

La città è il luogo di vita di migliaia di persone ed intervenirvi comporta inevitabilmente delle conseguenze, anche a quelle parti di edificato "meno storico" che formano i vari ampliamenti al centro antico, spesso caotici dal punto di vista percettivo.
Ma la città è anche la memoria storica del vissuto e la registrazione del passaggio del tempo, e prendersene cura comporta una grossa responsabilità. Che regioni e comuni, poi, abbiano pesanti responsabilità per la cementificazione del paese è fuori discussione.

Ma la gestione della scena urbana è sì un dovere dell’Amministrazione di competenza (attraverso la redazione di norme attuative e di programmi di intervento) che però può essere espletato con sistemi di regole aperte e flessibili basate su rigorosi metodi di partecipazione (professionale e cittadina), essenziali per definire elementi da conservare e valorizzare nel miglioramento della riqualificazione dell’immagine della città.

Un piano cromatico della città può quindi diventare uno strumento di guida all'iniziativa privata (senza diventare un immagine definita in modo predeterminato), che possa prendere in considerazione ogni singolo edificio anche rispetto alle sue caratteristiche cromatiche, ma avendo ben presente che la conservazione e la riqualificazione degli spazi urbani rappresentano oggi uno dei percorsi da seguire correttamente per far sì che questa libertà sia sempre positiva.

Central st. giles. London. foto: Keepclicking
Central st. giles. London. foto: Keepclicking

E' bene affrontare, infatti, e anche chiarire la linea di confine che separa la libertà individuale dal bene comune; basti qui evidenziare quante costruzioni cittadine sono in pessime condizioni senza che nessuno possa intervenire.
Come mai molti nuovi interventi restano incompiuti per anni a discapito dell'immagine complessiva del contesto?

Quanti involucri di edifici (facciate intere, cornicioni, balconi, recinzioni, accessi carrabili, ecc.), anche non vetusti, diventano veri pugni negli occhi, mentre si cerca di passeggiare in città su marciapiedi sconnessi e tra automezzi parcheggiati dove non si deve.
Come mai si è persa la sensibilità progettuale e culturale delle quinte urbane?

La vogliamo chiamare una battaglia in difesa della bellezza? Allora mi sento proprio una professionista "Don Chisciotte della Mancia".

Arch. Maria Luisa Gottari

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