Purtroppo in Italia si deve ancora sopportare dalle Amministrazioni pubbliche il mancato impegno teso a scoraggiare una diffusissima cultura dei pagamenti tardivi.

La Commissione europea ha richiamato Italia, Grecia, Slovacchia e Spagna per la cattiva applicazione della direttiva UE sui ritardi di pagamento, mentre per il Portogallo ha deciso di archiviarne la procedura perché il paese è riuscito ad adeguare l'ordinamento nazionale alla direttiva.

Secondo la Direttiva 2011/7/ UE le amministrazioni pubbliche devono pagare i beni e i servizi acquisiti entro 30 giorni o, in casi eccezionali, entro 60 giorni. Questa norma è sancita al fine di evitare che i creditori possano richiedere automaticamente interessi per i ritardi di pagamento (a un tasso superiore almeno dell'8% al tasso di riferimento della Banca centrale europea) e un risarcimento minimo di 40 euro per ogni fattura non pagata, oltre al rimborso di tutte le altre spese legate ai costi di recupero.

La situazione è particolarmente critica per l’Italia che ha ricevuto il cosiddetto “parere motivato”, cioè il secondo step della procedura di infrazione, perché persiste nei ritardi di pagamento eccessivi da parte delle amministrazioni pubbliche.

Ora l’Italia ha due mesi di tempo per comunicare alla Commissione Ue i provvedimenti adottati per evitare che la procedura di infrazione si aggravi ulteriormente. Essendo stata emessa la seconda fase del procedimento, il Collegio dei commissari potrà decidere, in mancanza di risposte adeguate, di ricorrere alla Corte di giustizia europea.

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