Questa volta continuo il mio viaggio a Capri e Roma: "Quando gli architetti volevano svolgere un ruolo di primo piano per la diffusione dell'architettura innovativa".

Nel 1926 veniva costituito il "Gruppo 7", l' Associazione di architetti formata da L. Figini, G. Pollini, G. Frette, S. Larco,C.E. Rava, G. Terragni e A. Libera.
Era l'espressione del nascente movimento moderno in Italia. Si trattava di un collettivo di professionisti che si proponeva di rinnovare il pensiero architettonico corrente e la ricerca formale e funzionale dell'edilizia italiana attraverso l'adozione del razionalismo.
Il Gruppo 7 così teorizzava:
- "dall’uso costante della razionalità, dalla perfetta rispondenza dell'edificio agli scopi che si propone, siamo certi debba
risultare, appunto per selezione, lo stile";
- "l'architettura ...non può più essere individuale", per poterla ricondurre "alla diretta derivazione delle esigenze del nostro tempo";
- "all’eclettismo elegante dell'individualismo opponiamo lo spirito della costruzione in serie".

villa Malaparte a Capri

Questi erano i concetti di base, ma Adalberto Libera era sostanzialmente un architetto con un suo spiccato individualismo. Lo dimostra ancora nel 1938, nella sua idealizzazione della casa mediterranea: villa Malaparte a Capri, una residenza definita da alcuni "purista".

La Villa infatti, una delle più belle architetture italiane dell'era moderna, è una casa su Punta Massullo, sul lato orientale dell'isola di Capri, costruita tra il 1938 e il 1942 per lo scrittore Curzio Malaparte (affascinato da una piccola superficie su una roccia a picco sul mare, vicinissima ai faraglioni).

La residenza-studio è in pratica una scatola, cui si giunge attraverso un lungo e impervio sentiero, interamente costruita in muratura, - intonacata e dipinta originariamente di un colore rosso sangue - nettamente distinguibile dal grigio delle rocce e dal verde dei pini marini.

Ma la magia della grande scala-tetto riesce a determinare quasi un "prolungamento artificiale del sito, forma espressiva di un atto insediativo primario", così definita dalle forti parole di Francesco VENEZIA.

Il Palazzo dei Congressi a Roma

Il "Gruppo 7" però aveva un'altra aspirazione, quello di recuperare in termini moderni il valore della tradizione: "Da noi esiste un tale substrato classico e lo spirito della tradizione (non le forme le quali sono ben diversa cosa) è così profondo in Italia, che evidentemente e quasi meccanicamente la nuova architettura non potrà non conservare una tipica impronta nostra".

Nel superamento dell'individualismo e nella riproposizione dei valori classici misurati anche sulle istanze sociali dell'architettura, Adalberto Libera fondò la sua idea di "stile" riversandola nel Palazzo dei Congressi all'EUR di Roma (E 42 - Esposizione 1942), il suo più importante impegno professionale di questi anni, dove riuscì a perseguire la fusione tra architettura e arti figurative.

Modernità rivestita di travertino
Foyer-Arte
Ambulacro
Atrio
Salone della Cultura

Evitando la monumentalità dell'epoca (esempio accentuato del Palazzo della Civiltà Italiana sempre all'Eur), Libera riuscì a concepire un volume capace di sottrarsi alla datazione del proprio tempo, anche per il colonnato frontale (già da Libera non condiviso, infatti successivamente dichiarò di non aver potuto evitarne la realizzazione nonostante i suoi tentativi) che perde quasi totalmente una preminenza di effetto colonna, riducendosi a mera funzione più di sostegno che di ornamento (sembra una successione di pilastri anche se rivestiti in travertino).

Arch. Lorenzo Margiotta

La visione del Palazzo in costruzione
Una visione metropolitana, oggi
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