HA LA CITTÀ UN FUTURO?

città futuro

16/10/2009

La città è la quarta pelle dell’ uomo

Dopo quella anatomica, gli abiti che indossa e la casa (beato chi in Italia può ancora sognarla), la città è la quarta pelle dell’ uomo.
È il luogo della cultura, della socializzazione e del controllo sociale; è (o dovrebbe essere) il luogo deputato alla formazione di cittadini consapevoli e non ambito della disperazione e del non-Stato specialmente per un paese come l’ Italia il quale, oltre alla nascita ed al fiorire di forme umanizzanti di aggregazione, ha visto affidare nel corso dei secoli alla comunicazione un significato vieppiù crescente se è vero che (come lo è) nel tempo il veicolo di collegamento degli uomini è statta la “relazione”, lat. relatione(m), intesa anche come rapporto o legame di natura economica, affettiva e simile tra persone, sino a diventare relazione con il vicinato, per assumere più tardi nella sociologia (urbana) il complesso di varie attività informative volte a influenzare favorevolmente la pubblica opinione intorno a persone, cose, istituzioni, aziende e, poi, nelle “relazioni umane”, il valore di teoria sociologica e di organizzazione aziendale che rivaluta l’ elemento umano del lavoro, quale fattore produttivo, nel quadro dei migliori rapporti personali fra dipendenti e imprenditori (sindacati permettendo).

È Agostino a ricordarcelo quando afferma: Communicatio facit civitatem. Concetto di “comunicazione” ripreso dal filosofo tedesco  Jürgen Habermas nella sua “Teoria della Comunicazione”.
Donde la comprensibile giustificazione dei comportamenti dell’uomo contemporaneo tesi a lasciare la “grande” città erosa dalla convulsione della vita moderna per rivolgere l’attenzione ad entità dimensionali più contenute.

Le ragioni sono evidenti: l’inquinamento atmosferico metropolitano, l’inadeguatezza stressante di servizi primari e secondari insufficienti (talvolta mancanti), l’ormai divenuto insostenibile costo degli affitti e dei prezzi degli immobili, il ristagno dei salari, l’aumento sfrenato del costo della vita, l’insicurezza, la disonestà intellettuale e l’irresponsabilità politica delle classi politiche che con automatismo si succedono nel tempo, la presenza di un ottimo, quanto integro, capo dello Stato – che non ha bisogno di leggere i suoi interventi come è solito fare il presidente della Camera Fini - nell’assenza di uno Stato vigile, risoluto e determinato, la latitanza più inspiegabile di “costruttori” di città e di “architettori” (architettore chiamerò io colui, il quale saprà con certa, e meravigliosa ragione, e regola, sì con la mente, e con lo animo divisare; sì con la opera recare a fine tutte quelle cose, le quali mediante movimenti di pesi, congiungimenti, e ammassamenti di corpi, si possono con gran dignità accomodare benissimo  all’ uso de gli homini. L.B. Alberti), incapaci di coniugare quei tre fattori dell’architettura che Vitruvio individuò in firmitas stabilità), utilitas (utilità) e venustas (bellezza) e nelle loro qualità strutturali, funzionali ed estetiche.
Tutto questo in un’Italia nata come comunità di paesi legati da quell’invisibile fil rouge che noi chiamiamo senso dell’urbanità o dell’essere urbano.

Di tutto questo non se ne sono resi conto i vari Ciancimino, Bassolino, Rosa Russo-Jervolino, Walter Veltroni, etc., veri mistificatori di verità fatte essenzialmente di cultura, prima, e di bisogni, poi, più interessati alle notti bianche di Napoli e Roma (Russo-Jervolino e Veltroni) che alla lotta contro le varie tipologie di emergenza (cultura-servizi-debito pubblico-sicurezza-stranieri in preda alla disperazione, tanto per citarne alcune).

È in questo contesto (e smarrimento) che il nostro pensiero corre a quel significato di urbanistica – in senso più lato urbatettura - intesa come disciplina integrativa capace di esprimere componenti di piano e di progetto derivanti da architettura, pianificazione del paesaggio, pianificazione del traffico, delle scienze sociali e dell’ economia.
Dal filo della tradizione della città europea nata dalla polis della Magna Grecia, in primis, l’ urbanistica intende la città come luogo della cultura e della collettività, come uno spazio pubblico politico, culturale ed estetico. Per dare risposte concrete alla complessità di una tale urbanità, all’ urbanista e pianificatore vengono richiesti taglio e competrenza metodologici al fine di modellare e sviluppare le diverse - e in parte talvolta opposte - aspettative nel senso di una città intesa come organismo totale, risultante come qualcosa di più della somma dei suoi cittadini.
 
Quanta e quale formazione professionale (architettonica, urbanistica, filosofica, sociologica, etc.) viene richiesta oggi agli architettori in una Europa delle grandi conurbazioni ? Quali prospettive esistono per il trasferimento di know-how nei paesi del Terzo Mondo sulla soglia di un inarrestabile processo di esplosione per frenarne l’emigrazione nei paesi del Primo e del Secondo Mondo? Domande tutte che attendono risposte concrete, coerenti e globali.   

Arch. Nicola Piro


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